Periferie e prossimità

Non saprei dire se stiamo imboccando la via d’uscita dalla pandemia: il timore di una quarta ondata impedisce di fare previsioni, ma possiamo comunque cominciare a ragionare sul mondo che verrà. E non so neppure se l’alternativa sia tra un risveglio da un brutto sogno, per cui tutto ricomincerà uguale a prima, e un totale trasferimento delle nostre esistenze sulla rete, alla ricerca di una nuova socialità in ambiente digitale.

Personalmente, non ho mai avversato la migrazione verso il digitale di molti servizi, di tante attività lavorative, di alcune forme di fruizione culturale e perfino di alcune relazioni interpersonali. Me ne sono occupato, analizzando aspetti positivi e negativi dell’azione pervasiva della rete sui comportamenti umani. Mi riesce difficile immaginare che la pandemia sia solo una parentesi, né mi piace l’idea di una desertificazione dell’ambiente costruito, assumendo lo schermo di un computer o di uno smartphone come unica interfaccia verso la realtà. Anche perché l’esperienza di questi ultimi venti mesi ci ha insegnato che le tecnologie – anziché accorciare le distanze, come pensavamo e come speravamo – molto spesso acuiscono le disuguaglianze: lo abbiamo toccato con mano in tanti campi, dalla scuola alle attività commerciali, per citarne solo due.

Se il compito della politica e della cultura (in questa fase faccio fatica a disgiungerne le funzioni) sarà quello di ricucire le lacerazioni sociali che caratterizzano tante parti del nostro Paese e che la pandemia ha aggravato, credo che le risorse del PNRR e, più in generale, le azioni da attivare dovranno indirizzarsi verso una ri-progettazione delle ragioni dello stare insieme e dei valori su cui fondare la vita delle nostre comunità. Per restare allo specifico delle politiche culturali, penso che la cultura possa essere una delle risorse produttive e civili tra le più importanti cui affidare questo compito.

Due libri usciti nei mesi scorsi possono essere di grande aiuto in questo lavoro. Mi riferisco a Dove ricomincia la città. L’Italia delle periferie di Francesco Erbani (Manni, maggio 2021) e ad Abitare la prossimità. Idee per la città dei 15 minuti di Ezio Manzini (Egea, aprile 2021). Si tratta di due volumi che a mio avviso dovrebbero essere al centro del dibattito culturale, sociologico, urbanistico, politico, e che invece – a meno che non mi sia sfuggita qualche citazione – non mi pare che abbiano ricevuto la dovuta attenzione.

Erbani, un ‘giornalista civile’ che ha sempre dedicato grande attenzione al degrado urbanistico e ambientale del nostro territorio, ci propone con questo libro un viaggio nelle periferie di Roma, Napoli, Torino, Venezia, Catania. Ma il reportage non parla solo del disagio metropolitano, dando invece molto spazio ai lampi di speranza che possono essere individuati nel lavoro quotidiano di insegnanti, sacerdoti, associazioni, volontari che hanno deciso di investire la propria vita per costruire un futuro diverso per quei quartieri e per chi li abita: il contrasto alla povertà educativa, le buone pratiche nel campo dell’imprenditoria sociale e del recupero urbano e tante altre iniziative, che in alcuni casi si sono rafforzate proprio nei mesi più difficili del Covid, possono modificare l’immagine stereotipata che di solito accompagna toponimi come Tor Bella Monaca, Scampia, Marghera e tanti altri.

Manzini ha lavorato per decenni in Italia e all’estero nel campo del design per la sostenibilità e per l’innovazione sociale. Il suo volume è focalizzato su un’idea di città vivibile, a dimensione umana, caratterizzata da spazi pubblici e da un mix di servizi, attività produttive e residenziali. Una città vicina ai cittadini, in cui il concetto di prossimità non sia solo uno slogan, ma assuma le tante dimensioni di cui parla Ron Boschma: ‘prossimità geografica’, intesa cioè come distanza fisica tra le diverse entità e tempo necessario per raggiungerle (da qui la formula di ‘città dei 15 minuti’); ‘prossimità sociale’, costruita sulle relazioni e i rapporti di fiducia tra le persone; ‘prossimità cognitiva’, necessaria per permettere la comunicazione, lo scambio di esperienze e il trasferimento delle conoscenze; ‘prossimità organizzativa’, in cui le diverse entità facciano rete e si rapportino a un’idea di governo complessivo dei processi; ‘prossimità istituzionale’, dove i valori e i modelli di comportamento avvicinino le disposizioni normative all’agire quotidiano.

I due volumi offrono uno scenario progettuale che può non essere utopico: periferie e prossimità possono essere due concetti non antitetici. A Roma un primo segnale è venuto dalla nuova giunta costituita dal Sindaco Gualtieri, che ha previsto un assessorato a “decentramento, partecipazione e servizi al territorio per la città dei 15 minuti”.

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