“Un paese ci vuole”

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Così scrive Cesare Pavese ne La luna e i falò. Ancora più precisa, nella sua completezza, la definizione che lo scrittore ucraino-statunitense Chuck Palahniuk mette in bocca al protagonista del suo romanzo Rabbia: «Il motivo principale per cui la gente se ne va dai paesini di provincia» diceva sempre Rant, «è perché così poi può sognare di tornarci. E il motivo per cui ci resta è per sognare di andarsene».

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I docenti no-Vax? Rinchiudiamoli in biblioteca.

Con l’avvicinarsi del nuovo anno scolastico è ripresa la discussione sulle misure di sicurezza da adottare, sulla vaccinazione degli studenti e su come evitare che i docenti non vaccinati possano diventare veicolo di contagio. Personalmente — dico anch’io la mia opinione, visto che tutti si esprimono sull’argomento — porrei seriamente il tema della obbligatorietà. Ricordo che la nostra carta costituzionale e la nostra legislazione prevedono, tra le forme di “trattamento sanitario obbligatorio”, alcune vaccinazioni per poter esercitare determinate attività lavorative o per consentire l’iscrizione dei bambini alle scuole dell’obbligo: il solo vincolo consiste nel fatto che tale disposizione va prevista da una norma di legge. Non vedo perché, allora, mentre gli scolari sono obbligati a sottoporsi a una decina di vaccinazioni (per i ragazzi da zero a 16 anni la norma di riferimento è il Decreto legge 7 giugno 2017 n. 73), alcune riguardanti anche malattie meno pericolose e meno diffuse del COVID-19, non sia possibile prevedere, di fronte all’emergenza provocata dalla pandemia, che alcune categorie di persone debbano sottoporsi a vaccinazione obbligatoria per spezzare la catena del contagio: applicherei questa norma non solo agli studenti, agli insegnanti e al personale scolastico, ma a tutti coloro che svolgono un servizio a contatto col pubblico, come i ristoratori, i commercianti, gli addetti al trasporto pubblico, oltre che il personale sanitario. Chiusa la divagazione, torniamo alla riapertura delle scuole e ai docenti non vaccinati.

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Lo sfruttamento in editoria

Gli organi di stampa hanno dato ampio risalto nei giorni scorsi all’indagine sui casi di caporalato che si sarebbero verificati presso lo stabilimento tipografico della Grafica Veneta, che stampa libri anche per conto di importanti editori. Le accuse sono gravissime: estorsione, lesioni, sequestro di persona e sfruttamento ai danni di nove lavoratori pakistani. Scrittori come Maurizio Maggiani hanno scritto di provare “rabbia e vergogna” all’idea che i loro libri siano stati stampati da operai ridotti in schiavitù, sottolineando l’intima contraddizione tra i valori che la cultura intende esprimere e le logiche che a volte prevalgono nelle imprese editoriali.

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