Cinquant’anni dal ’68: nulla è più come prima

Tra pochi giorni si concluderà il 2018. Sono passati cinquant’anni dal mitico ’68. Qualcuno di noi lo ha vissuto personalmente e, a seconda dell’età che aveva allora, ha partecipato più o meno attivamente agli eventi che lo caratterizzarono; chi è venuto dopo ne ha sentito parlare, a volte in modo distorto. Fu un vero e proprio movimento di liberazione.

Quell’anno − o, meglio − quel periodo si identifica con la cosiddetta “generazione dell’impegno”: 6 milioni di giovani nati dopo il secondo conflitto mondiale, fra il 1946 e il 1952, e che avevano un’età compresa fra i 21 e i 15 anni, entravano nell’università o nella scuola superiore e fu l’accesso all’istruzione a costituire la loro identità generazionale e a determinare i loro atteggiamenti. L’istruzione portava con sé una promessa di riscatto sociale, ma con il miracolo economico e l’espansione dei consumi arrivarono anche l’insoddisfazione, l’alienazione, l’incomunicabilità e infine la stagione delle lotte.

Un’intensa partecipazione sociale e politica caratterizzava quei giovani. Li accomunava ai genitori, che avevano vissuto gli anni del fascismo e la tragedia della guerra, una fiducia nel futuro e nella possibilità di cambiamenti radicali, mentre li contrapponeva ad essi una insofferenza contro tutto ciò che sapeva di establishment: furono messi in discussione i principi di autorità all’interno della famiglia, nei rapporti fra classi sociali, nelle relazioni fra i sessi, sui luoghi di lavoro e di studio, e in ogni campo della vita individuale e pubblica. I giovani si ribellarono con forza a tutto ciò in cui non si riconoscevano e scardinarono idee e comportamenti consolidati e comunemente accettati fino a quel momento. La conflittualità contro il “sistema” fu molto acuta ed estesa.

Quella fu anche una generazione, forse la prima, ad avere gusti e tendenze “globali”, veicolati dai nuovi mezzi di comunicazione: i ragazzi italiani erano aperti agli stimoli che venivano dal resto d’Europa e dagli Stati Uniti, erano sensibili a ciò che avveniva a livello politico e sociale in altri continenti (la guerra in Vietnam, la battaglia per i diritti civili dei neri d’America, la rivoluzione culturale in Cina, il mito di Che Guevara e i movimenti di liberazione terzomondisti, la primavera di Praga).

Si estesero a macchia d’olio le influenze della beat generation, il movimento giovanile che fin dagli anni Cinquanta si era sviluppato negli USA in campo artistico, poetico e letterario. Le influenze culturali erano molto forti nel campo musicale e pervasero i comportamenti individuali. Per gran parte dei giovani di quella generazione, lo stile di vita acquisito durante quella stagione non verrà più abbandonato, anche quando le passioni politiche prenderanno forme diverse: l’impegno civile e nel volontariato proseguirà in molti casi anche nell’età adulta.

Nulla più fu come prima. Però….

Il brusco risveglio cominciò con la crisi petrolifera del 1973 e l’austerità che ne conseguì nei paesi occidentali (blocco al traffico automobilistico domenicale, riduzione dell’illuminazione stradale, chiusura anticipata dei locali pubblici etc.): venne messo in discussione un modello di sviluppo e forse l’idea stessa di progresso, un progresso che sembrava inarrestabile, illimitato e destinato a continuare in eterno. I conflitti sociali presero una piega diversa: in Germania e in Italia ci si avviava verso gli “anni di piombo”.

Ma sul terreno delle conquiste sociali i frutti del Sessantotto italiano continuarono ad arrivare anche nel periodo immediatamente successivo: nel 1970 venne approvata la legge sul divorzio e nel 1974 fu respinto il referendum che intendeva abrogarla; nel 1975 arrivò la riforma del diritto di famiglia e si stabilì l’uguaglianza giuridica tra i coniugi; nel 1978 fu la volta della “legge Basaglia”, che aboliva i manicomi, e della riforma sanitaria; dello stesso anno è anche la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Ma il biennio 1976-77 marcò una svolta. Dal 26 al 30 giugno ’77 si tenne al Parco Lambro di Milano il Festival del proletariato giovanile: l’evento musicale in stile Woodstock fu accompagnato da esibizioni di nudismo, espropri proletari e dosi massicce di eroina. Cominciava a prendere corpo il “movimento del Settantasette”, in cui confluiva una radicale contrapposizione a tutte le forme di rappresentanza, che travolse rabbiosamente anche le formazioni sindacali e politiche di sinistra. I giovani si sentivano estranei a tutte le istituzioni e percepivano la propria condizione come contrassegnata dalla precarietà e dall’assenza di garanzie. Nelle piazze di Bologna, Roma e Torino si visse uno scontro frontale dei giovani nei confronti dello Stato e della stessa sinistra storica. Le utopie del ’68 avevano ormai perso ogni contatto con le ideologie e vennero relegate nel novero delle cose impossibili. Nell’arco di meno di un decennio si era conclusa una parabola e la disperazione prese il sopravvento. Gruppi “autonomi”, più o meno organizzati in un’area politica antagonista, saranno il terreno di coltura delle frange che sceglieranno poi la lotta armata e che a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni del decennio successivo raggiunsero la punta più elevata della propria attività terroristica.  

Forse quella frattura fra giovani e organizzazioni politiche non fu più sanata e lì dovremmo andare a cercare le origini di ciò a cui ancora oggi assistiamo.

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