I giovani “disconnessi” e il diritto allo studio

Alle riflessioni già sviluppate nei giorni scorsi su questo blog a proposito della dotazione tecnologica presente nelle case degli italiani, va necessariamente aggiunta una considerazione relativa alla scuola. Di fronte al prolungarsi della chiusura degli istituti scolastici e alla previsione che di fatto quest’anno di studio sarà portato a termine attraverso didattica a distanza ed esami online, non si può non constatare come questa situazione rischi di creare ulteriori disparità.

Nel momento in cui disporre di un computer, di una stampante e di uno stabile collegamento alla rete è diventato un “diritto di cittadinanza”, c’è da chiedersi come questi prerequisiti siano anche alla base di un concreto esercizio del “diritto allo studio”. In epoca non sospetta, cinque anni fa, Save the children denunciò l’esistenza di mezzo milione di adolescenti “disconnessi”, nuovi analfabeti confinati ai margini della rete, per i quali la povertà economica diveniva causa di povertà educativa. 

A inizio emergenza il Governo ha stanziato 85 milioni di euro, spendibili con procedure agili, affinché le scuole possano acquistare attrezzature informatiche e metterle a disposizione degli studenti svantaggiati. Ma non basta, perché le risorse sono modeste (mediamente ogni scuola potrà acquistare 30 notebook o 60 tablet) e perché non è solo questione di soldi. Alla lista degli interventi da mettere in campo quando bisognerà ricostruire il paese dopo l’emergenza COVID-19, aggiungiamo anche politiche giovanili e scolastiche finalizzate al superamento del digital divide. Ancora una volta, il nodo è quello di fornire ai ragazzi le competenze per un uso responsabile e consapevole delle tecnologie.

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