L’ultimo saluto a Tullio De Mauro

In questi giorni molti hanno ricordato i grandi meriti di Tullio De Mauro studioso e formatore e le sue eccezionali qualità umane: dall’insieme di questi aspetti derivava il suo essere un vero Maestro, capace di incidere profondamente in quanti hanno avuto il privilegio di essergli vicini, da colleghi, collaboratori o allievi. 

Ciò che faceva di De Mauro un vero “intellettuale” (ne riporto la definizione da lui fornita sub voce nel Grande dizionario italiano dell’uso: «chi svolge anche professionalmente un’attività di tipo culturale e in virtù delle proprie capacità esercita un’influenza, un ruolo attivo all’interno di una società, di un gruppo e sim.») era la sua straordinaria abilità di andare oltre gli specialismi e, proprio a partire da quelli, ampliare l’orizzonte del suo impegno culturale e civile, sviluppando una visione complessiva del rapporto tra individui, conoscenza e società e lavorando per decenni con generosità e passione in vari ambiti della vita accademica e pubblica.

Con imbarazzo – e col pudore che sempre bisogna avere quando si fanno, sia pure indirettamente, riferimenti autobiografici mentre si sta parlando di giganti come De Mauro –  riporto ciò che Tullio ha detto di sé all’interno di uno scritto a me dedicato, uno degli ultimi o forse l’ultimo della sua sterminata produzione, ricordando il percorso compiuto «dalla riflessione specifica sul linguaggio e le condizioni linguistiche del nostro paese a una riflessione più generale sullo stato della nostra cultura [...]. In questo cammino, per certi versi non breve, impegni pubblici che mi sono toccati in materia di amministrazione dell’organizzazione della cultura mi hanno spinto più di una volta a cercare di chiarire, anzitutto a me stesso, che cosa potesse e dovesse intendersi sotto l’etichetta di ‘cultura’ sia in linea molto generale e teorica sia nel concreto della situazione italiana» [Tullio De Mauro, Per la mobilità nello spazio culturale, in Percorsi e luoghi della conoscenza. Dialogando con Giovanni Solimine su biblioteche, lettura e società, a cura di G. Di Domenico-G.Paoloni-A.Petrucciani, Milano, Editrice Bibliografica, 2016, p. 269-282: 270.].

Non sono un linguista e quindi non oso addentrarmi in una recensione dei suoi studi. Non ho le competenze per farlo. Mi limito a una lettura, dal mio angolo visuale, del suo contributo a questo tentativo di comprensione di cosa sia la cultura, intesa come «pratiche e conoscenze collettive» (cito ancora una volta dal suo Grande dizionario italiano dell’uso).

Tra la prima edizione della Storia linguistica dell’Italia unita - pubblicata nel 1963 e che sembrerebbe essere il frutto maturo della sua produzione scientifica, mentre invece si tratta praticamente dell’”opera prima” di uno studioso trentenne – e la conversazione con Francesco Erbani su La cultura degli italiani (2004) passano circa quarant’anni e tanti altri libri e articoli. Eppure il progetto culturale di De Mauro appare lineare, come se fosse già tutto tracciato fin dall’inizio. Con la Storia linguistica - opera più volte aggiornata e ampliata, che ha avuto un numero di edizioni per contare le quali non bastano le dita di due mani, e cui ha fatto seguito nel 2014 la Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni - venne introdotto un cambio di paradigma: la storia della lingua non è più studiata soltanto attraverso l’evoluzione della lingua colta, ma accanto alla lingua dei letterati si analizzava il parlato e l’uso del dialetto, la lingua dei giornali e il contributo linguistico di cinema radio e televisione, la lingua della burocrazia e le conseguenze dell’industrializzazione, l’urbanesimo e le migrazioni interne. La storia dell’italiano si intrecciava con quella dell’Italia, della sua vita culturale e politica, con quella delle sue trasformazioni economiche, e cominciava a manifestarsi la sua attenzione su come tutto ciò passava attraverso la scuola. Diventava, insomma, una sorta di storia sociale degli italiani, costruita a partire dalle parole attraverso le quali essi si esprimevano.

Quarant’anni dopo, ne La cultura degli italiani - anche questo libro fu sottoposto a un aggiornamento ed ebbe nel 2010 una nuova edizione ampliata – Tullio De Mauro tracciava un amaro bilancio, che era al tempo stesso anche un programma di lavoro, sempre presente nella riflessione di un uomo che non ha mancato di guardare avanti fino all’ultimo: «È mancata una politica pubblica di sostegno: sviluppo di un’adeguata istruzione secondaria e universitaria, sviluppo di un sistema nazionale di apprendimento durante tutta la vita, biblioteche e promozione della lettura» [cito dalla seconda edizione: Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, a cura di F. Erbani, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 266.].

Il solo modo per tenerne viva la memoria è impegnarsi – nella giornata in cui gli abbiamo dato l’estremo saluto all’interno della Facoltà di Lettere della Sapienza, nel luogo in cui De Mauro ha esercitato per decenni il suo altissimo magistero – a onorarne il prezioso lascito intellettuale.

 

 

 

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