Salone di Torino: ha vinto la città, devono vincere i libri

Si è conclusa la trentesima edizione del Salone del libro di Torino, la prima dopo lo “strappo” dell’Associazione italiana editori (di fatto, dopo lo strappo dei grossi gruppi editoriali, Mondadori e GeMS), che ha abbandonato il Salone e ha cercato – ma senza successo – di costruire una manifestazione alternativa presso la Fiera di Milano (Tempo di libri, tenutasi in aprile). A Torino mancavano gli stand di questi grossi gruppi, ma c’erano tutti gli altri. Più che altro, c’era tanta gente e tanto entusiasmo. Qualche mese fa sembrava impossibile che il Salone potesse reggere all’attacco durissimo cui era stato sottoposto, ma – sotto la guida appassionata e intelligente di Massimo Bray e Nicola Lagioia, nominati ai vertici della rinnovata Fondazione torinese – è accaduto qualcosa di inimmaginabile: si è dato vita ad una squadra di prim’ordine, il contagio dell’entusiasmo si è esteso a librai e bibliotecari, tutta la città ha reagito e si è compattata in nome dell’orgoglio ferito. Tutti si sono sentiti coinvolti: taxisti e ristoratori non parlavano d’altro. Il capoluogo piemontese non voleva cedere il ruolo di capitale del libro.

Quest’anno al Lingotto si respirava un clima diverso: all’aria un po’ stanca e appannata degli ultimi anni si è sostituita un’aria di festa, una comunità partecipe ha dato la migliore risposta a chi, con arroganza, credeva che si potesse trapiantare il salone a Rho, azzerando il lavoro di trent’anni. Milano è sì la capitale dell’editoria italiana, ma questo non basta a costruire quella grande festa del libro che caratterizza da decenni la manifestazione torinese.

Chi aveva voluto la rottura esce sconfitto. Avevo temuto che il risultato di questa triste vicenda potessero essere due mezzi saloni: così non è stato, perché al deserto di Rho ha fatto riscontro una fiera torinese che apparentemente non ha sofferto dello strappo. Ma la più grande manifestazione libraria italiana – è così, anche i detrattori dovranno ammetterlo – non può continuare a fare a meno dei principali editori.  Ora va trovata una soluzione. L’AIE deve fare una serena analisi autocritica, i torinesi hanno vinto e non debbono commettere l’errore di voler stravincere (ma i toni della conferenza stampa di chiusura non mi paiono tracotanti, anche se un po’ di enfasi eccessiva forse c’è stata). Altrimenti, il grande sconfitto sarà il mondo del libro.

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