Esistono ancora le collezioni delle biblioteche?

Tradizionalmente le collezioni delle biblioteche sono state considerate il fattore principale che ne determinava la fisionomia e l’appeal nei confronti del pubblico: distinguevamo tra biblioteche più o meno ricche, più o meno aggiornate, con un’offerta più o meno mirata sulle esigenze di un determinato bacino d’utenza. Non a caso la biblioteca è stata definita una “organizzazione bibliografica”.

Non solo perché le collezioni erano l’elemento caratterizzante, l’hardware di un istituto bibliotecario, ma anche perché – almeno nel nostro paese – gli aspetti patrimoniali hanno sempre prevalso sui flussi di attività, sugli aspetti che, per proseguire con la stessa metafora, potremmo definire software. Indubbiamente, ciò era dovuto anche al fatto che in un’era pre-telematica il luogo di conservazione e il luogo di consultazione dei documenti dovevano necessariamente coincidere, e quindi una biblioteca era “quella biblioteca lì”, con la sua sede, i suoi libri, i suoi bibliotecari, il suo regolamento, i suoi utenti. 

Oggi, nell’era delle reti, in cui le singole biblioteche sembrano essere il terminale di accesso a un’unica grande biblioteca virtuale, è lecito chiedersi se esiste ancora una politica degli acquisti o una politica delle collezioni. Anche perché, molto spesso, le biblioteche non scelgono più i libri e posseggano “tutte le stesse cose”. Le università aderiscono a consorzi e contrattano collettivamente gli abbonamenti a riviste e risorse elettroniche, per cui acquisiscono ciò che serve e ciò che non serve (“tanto costa uguale”, dicono i grandi editori che dominano l’oligopolio internazionale della comunicazione scientifica), anche ciò che non sceglierebbero e che nessuno utilizza; da qualche anno a questa parte la logica degli acquisti “a pacchetto” comincia a penetrare anche nelle biblioteche pubbliche. Tutto ciò arricchisce il potenziale di offerta della singola biblioteca, ma produce anche effetti collaterali che sbaglieremmo a ignorare.

Viene meno il concetto stesso di “collezione” e, secondo alcuni, perfino l’idea di biblio-teca. Sottovaluteremmo la portata della questione se la riducessimo solo a un effetto della transizione dall’analogico al digitale: una biblioteca digitale è pur sempre una collezione di documenti. Ricorrendo ancora una volta ad una metafora per cercare di esprimere un concetto non facile da esporre, è come se anche le biblioteche stessero migrando verso lo streaming e il pay per view. Torna di attualità un dilemma che qualche anno fa appassionò i bibliotecari: deve prevalere la logica dell’accesso e non del possesso?

Se è così, cosa distingue una biblioteca da un’altra? Cosa fa la differenza? Il modo in cui si accede alle collezioni, il modo in cui le diverse tessere del puzzle (collezioni fisiche e collezioni digitali) vengono integrate, il valore aggiunto costituito dalle procedure biblioteconomiche di trattamento dei documenti, il modo in cui le risorse vengono organizzate e descritte in funzione dell’uso, le condizioni e il contesto in cui avviene l’accesso, e quindi anche la componente esperienziale. Ancora una volta, quindi, potremmo dire che la biblioteca è un servizio e non una collezione.

Perfetto. Ma questa potrebbe essere una risposta consolatoria, che rischierebbe di occultare il problema che viene subito dopo. Dobbiamo anche chiederci, infatti, dove porta questa strada. Se la biblioteca diviene “soltanto” un servizio, è lecito domandarsi se essa è la struttura che meglio di tutte potrà offrire anche in futuro l’accesso a una mole crescente di conoscenza registrata nei documenti. La biblioteca riuscirà a reggere la competizione con i padroni della rete, che dispongono di mezzi non paragonabili ai nostri?

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