Perché non assegniamo premi letterari alla memoria

In questi giorni i giornali stanno dando un certo rilievo alla proposta, lanciata da alcuni intellettuali, di assegnare un Premio Strega alla memoria a Curzio Malaparte, di cui cade il 19 luglio prossimo il 60° anniversario della morte. L’iniziativa avrebbe dovuto essere una sorta di “riparazione”. Vorrei illustrare anche in questa sede, come ho già fatto sulla stampa, le ragioni per le quali il Comitato esecutivo del Premio non ha ritenuto di dover accogliere la proposta. 

La nostra decisione prescinde dal contenuto della proposta e dalle sue motivazioni, nel cui merito non siamo entrati. Così come non riguarda in alcun modo la figura di Curzio Malaparte. 

Nell’albo d’oro dei vincitori dello Strega compaiono i nomi di autori molto amati dalla critica o dal pubblico (Da Ennio Flaiano, vincitore nel 1947 della prima edizione, a Natalia Ginzburg, da Elsa Morante a Primo Levi, a Umberto Eco, per citarne solo alcuni), così come è capitato che altri autori di primissimo piano siano stati sconfitti da autori altrettanto importanti: per esempio, Calvino fu sconfitto nel 1952 da Moravia, e poi nuovamente nel 1960 rispetto a Cassola e nel 1966 con Prisco; tre insuccessi anche per Gadda, oltre che nell’edizione del 1952 vinta da Moravia, anche nel 1953, quando vinse Bontempelli, e nel 1970, quando fu superato da Piovene; Pasolini fu sconfitto nel 1955 da Comisso, nel 1959 da Tomasi di Lampedusa, nel 1968 da Bevilacqua.

Potremmo proseguire con altri “perdenti eccellenti”: Beppe Fenoglio, Aldo Palazzeschi, Cesare Zavattini, Alberto Savinio, Achille Campanile, Elio Vittorini, Vitaliano Brancati, Carlo Levi, Leonardo Sciascia, Giorgio Manganelli, Antonio Tabucchi. Siccome il meglio della letteratura italiana degli ultimi settant’anni è passata dallo Strega, è normale che ad alcuni sia capitato di vincere e ad altri no. Ho citato una trentina di nomi di grandissimi autori del ’900, vincitori e vinti.

Curzio Malaparte partecipò nel 1950, anno in cui la vittoria toccò a Cesare Pavese, autore di qualità certo non inferiore alla sua. A quella stessa edizione presero parte e restarono fuori dalla cinquina – per ricordarne solo qualcuno – autori del calibro di Carlo Bernari, Giuseppe Dessì, Gianna Manzini, Giani Stuparich.

La competizione perderebbe senso se, dopo aver assegnato lo Strega a chi è stato premiato da un’ampia giuria di votanti, la delegittimassimo dando un analogo riconoscimento anche a chi ha preso parte al Premio, senza risultare vincitore.

Autorevoli commentatori hanno compreso le ragioni di questa scelta e hanno manifestato consenso verso la nostra decisione. Viceversa, alcuni dei promotori lanciano accuse piuttosto pesanti: nutriremmo dei “pregiudizi” o addirittura vorremmo esercitare “censure” o “mettere il bavaglio alla cultura”.  È invece solo in base alle considerazioni qui riportate che non abbiamo ritenuto di accogliere la proposta e di incontrare i firmatari dell’appello.

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