“Un paese ci vuole”

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Così scrive Cesare Pavese ne La luna e i falò. Ancora più precisa, nella sua completezza, la definizione che lo scrittore ucraino-statunitense Chuck Palahniuk mette in bocca al protagonista del suo romanzo Rabbia: «Il motivo principale per cui la gente se ne va dai paesini di provincia» diceva sempre Rant, «è perché così poi può sognare di tornarci. E il motivo per cui ci resta è per sognare di andarsene».

Non sono un “paesologo” e non amo cullarmi nella nostalgia, ma credo ai valori e alla dimensione identitaria che un paese esprime, al senso di appartenenza che riesce a trasmettere. Personalmente, la cosa che apprezzo di più nei paesi piccoli è l’assetto interclassista della vita comunitaria: nelle grandi città, gran parte della vita quotidiana si svolge nel quartiere di lavoro o di residenza, di solito frequentato da ceti sociali abbastanza omogenei — forse solo Napoli fa eccezione a questa regola —, per cui finisci col frequentare soltanto gente simile a te, i tuoi compagni di classe sono simili a te, i condomini pure. La provenienza, il livello di istruzione, la condizione socio-economica, il “senso comune” di chi vive in un quartiere chic sono relativamente uniformi e molto diversi da quelli di chi abita in periferia. È raro, quindi, che un professionista, un intellettuale o un dirigente pubblico siano amici di un meccanico o di un falegname; nei paesi, invece, può accadere di coltivare per tutta la vita i rapporti con le persone conosciute quando si era bambini e di cui si era compagni di classe, e che continuano ad abitare nella stessa strada, spesso nella stessa casa di famiglia, anche se poi le vite si sviluppano in direzioni diverse e approdano a esiti molto disuguali nelle gerarchie sociali. Ovviamente, non ignoro i limiti e le privazioni che vivere in un piccolo centro comporta: il senso di asfissia che si può provare in un luogo dove non succede mai nulla e la voglia di scappare via sono pienamente comprensibili, non deve essere piacevole essere sempre sotto gli occhi di tutti (“il paese è piccolo e la gente mormora”), per cui capisco che sia profondamente diverso abitarci tutto l’anno o tornarci ogni tanto.

Ma tant’è. Con questo spirito e alla ricerca di questa dimensione, durante l’estate che sta chiudendosi ho voluto trascorrere un periodo più lungo del solito nella mia terra d’origine, l’Irpinia: sono stato a Bagnoli Irpino, dove sono nato e dove ho voluto festeggiare il mio settantesimo compleanno. Sono stato ad Andretta, il pase di mio padre, dove l’Amministrazione comunale e la Pro Loco hanno avuto farmi omaggio di una targa celebrativa in occasione di una magnifica serata nel cortile del Municipio. E sono stato in tante altre località campane: a Nusco, con il suo centro storico perfettamente restaurato; a Sant’Angelo dei Lombardi, dove la stupenda Abbazia di san Guglielmo al Goleto è un’oasi di serenità; a Paestum e in altri centri della costa cilentana. Ammiro molto la tenacia e il coraggio di alcuni amministratori comunali che combattono la desertificazione e cercano di tenere in vita le comunità locali, chi si sforza di condurre un’attività imprenditoriale, gli artisti che vogliono esprimere lì la loro creatività e in genere le perswone che cercano di restituire qualcosa alla terra di origine.

Mi auguro che nel mondo post-globalizzato che vivremo dopo la pandemia ci sia spazio anche per questi borghi, se verranno create le condizioni —  penso alle infrastrutture di rete, ai trasporti, alle opportunità di lavoro — per continuare a viverci.

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